In Iran la terra trema ancora

Sappiamo bene cosa vuol dire sentire la terra tremare sotto i piedi e quanto sia cupo il boato del terremoto. Negli ultimi anni le scosse hanno messo a dura prova migliaia di persone in Italia.

Ma c’è un paese che sta molto peggio di noi in questa triste classifica, l’Iran. L’Iran è uno dei paesi al mondo a più elevato rischio sismico, dove nel 2003 un terremoto ha causato oltre 26.000 vittime e dove negli anni si sono susseguiti sismi, guerriglie, attacchi chimici. Qui un forte terremoto di magnitudo 7.3 ha fatto tremare la terra domenica 12 novembre, alle 18.18 ora locale. L’epicentro in realtà è stato ad Halabjah, a sud-est di Sulaymaniyah, una città della regione curda semi-autonoma del nord dell’Iraq, ma è l’Iran ad avere avuto la maggior parte dei danni e delle vittime. Sarpol-e Zahab, nella provincia del Kurdistan occidentale dell’Iran, è la città più colpita. Tutte le testimonianze da questa zona dipingono un quadro di distruzione e shock, anche in una regione abituata ai terremoti e alla guerra.   Ad oggi i morti ufficiali sono 580, oltre 5000 i feriti. Ma molte delle zone montagnose sono rimaste isolate a causa di frane e smottamenti e il numero reale delle vittime non è ancora chiaro.

Dopo il terremoto del 12 novembre, altri 10 terremoti di magnitudo superiore a 4° hanno colpito diverse aree del paese. L’ultimo il 23 novembre, nella zona meridionale di Bandar – Abbas.  Nelle aree rurali e montagnose le costruzioni in terra hanno ceduto e molte frane hanno interrotto l’accesso ai paesi.  I feriti nelle ultime scosse sono circa 1700 feriti, mentre non si conosce il numero delle vittime.

Malgrado la gravità della situazione, il paese finora non ha richiesto assistenza internazionale. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha scritto la scorsa settimana su twitter che l’Iran era “grato per le espressioni globali di solidarietà e per le offerte di assistenza“, ma ha aggiunto: “Per ora, possiamo gestire  l’emergenza con le nostre risorse“.

Per questa ragione AGIRE è le ONG del network al momento non reputano opportuno intervenire con un appello di raccolta fondi. Le organizzazioni presenti sul campo continuano però a lavorare e restano in attesa di un’eventuale richiesta di soccorsi internazionali.

 

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