L’uragano Irma e i nostri tombini

Per una settimana intera la Florida si è preparata all’arrivo dell’uragano Irma, uno dei più potenti mai abbattutosi sul paese, che ha infine colpito Miami e le coste circostanti sabato e ora prosegue la sua corsa perdendo di potenza: passato dalla categoria 5 alla 2 sarà presto declassato alla categoria di tempesta tropicale.

Insieme agli Stati Uniti, di cui si è maggiormente parlato, il lavoro di preparazione per l’arrivo dell’uragano l’hanno fatto anche piccole isole caraibiche (isole Virgin, Barbuda, Anguilla….) ma anche paesi con debolezze strutturali molto più forti, come Haiti, la Repubblica Dominicana e Cuba.

Il risultato è che la forza distruttrice di Irma ha sì colpito in maniera devastante ma ha lascito sul campo esteso dei diversi paesi coinvolti “solo” 28 vittime.

Il grande lavoro di evacuazione, i sistemi di allerta e early warning e la corretta informazione delle popolazioni potenzialmente a rischio, hanno fatto si che si evitasse una tragedia che, per potenza e capacità devastatrice, avrebbe potuto costare la vita a migliaia e migliaia di persone. Solo in Florida a 6.3 milioni di persone è stato chiesto di lasciare le proprie case per trovare rifugio presso parenti in altri stati o in shelter comunitari. Ma anche a Cuba lo sforzo di evacuazione è stato immenso, gestito, oltre che da Croce Rossa e Protezione Civile, anche dalle brigate di lavoro, una  forma di solidarietà popolare organizzata: al riparo cibo e medicine di tutti, monitorato lo stato delle fognature per mitigare le inondazioni, potati gli alberi per ridurre i danni causati dai rami caduti, centinaia di famiglie trasferite nei rifugi sicuri.

Nelle stesse ore in cui Irma è giunta in Florida, Livorno si è svegliata allagata da un nubifragio e dall’esondazione di un fiume tombato, che hanno causato sei vittime, due dispersi e la dichiarazione dello stato di emergenza. Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha detto:

Non è possibile che le persone muoiano così numerosamente. E’ un dato drammatico e inaccettabile“.

Parole sacrosante, simili a quelle che si sono sentite all’indomani del terremoto del 21 agosto a Ischia, magnitudo 4.0, che ha provocato 2 morti e 39 feriti dovuti alla scarsa qualità del cemento usato per le costruzioni.

Nel frattempo il Messico, colpito da un terremoto 8.1, conta i suoi danni. Magnitudo 8.1, una scossa tremenda (quella dell’Aquila del 2009 fu 6.3 mentre la più forte scossa del 2016 nelle Marche fu un 6.5). Una città come Roma sarebbe stata completamente rasa al suolo da un evento sismico di queste dimensioni. Nello stato di Oaxaca invece, i danni ci sono e non sono pochi, ma il numero di vittime è relativamente basso, circa 90, quasi tutte concentrate nella zona vecchia della cittadina di Juchitan. I palazzi nuovi hanno resistito.

Tutto ciò fa riflettere. In uno dei paesi a più elevato rischio sismico e idrogeologico – il nostro –  è forse il caso che si smetta di stupirsi di fronte a episodi come quelli di Livorno o Ischia e si cominci ad investire e lavorare seriamente sulla prevenzione e la messa in sicurezza delle nostre terre e delle popolazione, creando piani di ricostruzione antisismica, sistemi di monitoraggio e allerta, piani di evacuazione adeguati. Ma anche semplicemente cominciando a proteggere il nostro territorio da costruzioni selvagge in zone a rischio, disboscamenti, sfruttamento dei terreni e assenza di manutenzione.

Partiamo dalle cose semplici: ci si può stupire di una città allagata se lo stato dei tombini è questo?

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