Emergenza Fame in Africa: si trascurano le cause e si attacca chi salva vite in mare

“SIAMO LÌ DOVE I PROFUGHI SOFFRONO LA FAME E DECIDONO DI PARTIRE, SERVE AIUTO SUBITO”

Da giorni il dibattito pubblico italiano è attraversato da voci a favore o contro le polemiche sul lavoro delle ONG che salvano vite in mare. La causa dell’arrivo di migliaia di profughi sulle nostre coste sembra essersi spostata sulla sola presenza delle navi che li soccorrono, e non piuttosto sulle condizioni disumane vissute nei paesi di provenienza.

Nyaboth Rok Magoak (destra) e  Nyadiet Rok Magoak (sinistra),  sono due gemelline di 5. Posano all’interno di un centro di cura per la malnutrizione in Sud Sudan. 

Resta ignorata, la crisi alimentare gravissima che sta colpendo diversi paesi Africani, in particolare il Sud Sudan, il bacino del Lago Ciad e il Corno d’Africa, tra le maggiori  zone di provenienza di profughi e rifugiati nel nostro paese (secondo i dati di UNHCR,  i migranti e i rifugiati sbarcati in Italia nel 2016 provengono soprattutto da Nigeria, Gambia, Somalia, Eritrea).

Qui, a causa degli effetti combinati di una grave  siccità e dei conflitti che insanguinano alcuni paesi (Sud Sudan e Somalia in particolare), quasi 30 milioni di persone sono sull’orlo della fame. Hanno perso le loro fonti di sostentamento principali, bestiame ed agricoltura, perché non c’erano più acqua e cibo sufficienti, hanno attraversato a piedi intere regioni aride sfuggendo da Boko Haram o Al Shebaab o semplicemente cercando acqua per le proprie mandrie. Sono affamati, disidratati e senza prospettive, i bambini muoiono di diarrea e da qui a giugno saranno 2 milioni quelli colpiti dalla Fame, che rischiano di morire se non si interviene immediatamente.

Le ONG del nostro network, che hanno già sottoscritto condanne agli attacchi della politica, stanno lavorando in questi paesi e insieme abbiamo lanciato la campagna #NONSENZADITE.

L’obiettivo prioritario è informare l’opinione pubblica di quanto sta accadendo in quelle aree e chiedere supporto per le  azioni salvavita che stanno realizzando, portando cibo, acqua potabile e assistenza sanitaria nelle zone attualmente più colpite da siccità e carestia, dove circa 30 milioni di persone sono sull’orlo della fame.

E’ lo stesso principio di raccolta di fondi privati attraverso cui operano le ONG che salvano vite in mare. Siamo lì dove le persone stanno soffrendo la fame e da dove chi può decide di scappare per trovare salvezza. I nostri bilanci, quelli delle ONG della nostra rete così come quelli delle maggiori ONG attive nei salvataggi in mare, sono pubblici e la generosità dei donatori consente di integrare la risposta governativa e delle istituzioni con cui, sia nel caso delle ONG che operano nel Mediterraneo, sia di quelle attive nei paesi di provenienza dei profughi, si continua a collaborare” dice Alessandra Fantuzi, la coordinatrice di AGIRE.

Le accuse di Di Maio di una possibile collusione tra ONG che salvano vite in mare e  trafficanti, sono frutto di una scorretta lettura dei rapporti dell’Agenzia per il controllo delle frontiere Frontex. Stupiscono maggiormente le dichiarazioni del Procuratore di Catania che, stando alle sue stesse parole, non sono ancora suffragate da alcuna prova. E stupiscono perché le Procure, più di chiunque altro, dovrebbero parlare attraverso gli atti e non attraverso supposizioni.

Di tutt’altro tono sono le dichiarazioni del portavoce dell’agenzia per il controllo delle frontiere Ue, Izabella Cooper:

 “Mai accusato le ONG. Salvare vite è un obbligo internazionale per chi opera in mare”.  O quelle di Frans Timmermans, vice presidente della Commissione Europea che dichiara che “Non esiste alcuna prova di ONG che lavorino con trafficanti per aiutare migranti a entrare nell’Unione Europea”. E aggiunge “Salvare vite umane e aiutare i più vulnerabili non è la stessa cosa che promuovere l’immigrazione irregolare

Affermazioni  che dovrebbero essere sufficienti a mettere fine a questo dibattito lasciando spazio a indagini che possano comprovare, laddove vi siano, le reali responsabilità. E soprattutto restituendo il rispetto dovuto al lavoro di solidarietà di chi ogni giorno si batte per salvare vite umane.

In Africa è Emergenza Fame

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