La battaglia di Aleppo

Aleppo, i convogli umanitari per l'evacuazione dei civili

Sembra un’immagine di altri tempi, fa pensare a Dresda durante la seconda guerra mondiale o a Sarajevo 20 anni fa. Ma questa è stata scattata pochi giorni fa, durante l’evacuazione di Aleppo est.

Alcuni dei convogli  verdi di questa immagine sono stati bruciati per impedire di trarre in salvo i civili inermi intrappolati nella città distrutta, che sabato 17 dicembre si stimava fossero ancora oltre 50.000.

Bashar al-Assad, nelle stesse ore, celebrava la liberazione di Aleppo e la vittoria contro i terroristi, assicurando che “ciò che sta succedendo sarà scritto nella storia, grazie a ogni cittadino siriano”.

La battaglia di Aleppo segna la sconfitta del sistema informativo, incapace, per la maggior parte, di distinguere notizia e propaganda. Sappiamo tutti che la Siria è teatro di un’orrenda guerra, ma forse non sappiamo che è in corso anche una guerra mediatica fatta di menzogne, di false informazioni costruite ad hoc dalle diverse parti in gioco. Una guerra fatta di immagini, video e parole. Verificare le fonti è quindi il primo dovere di tutti. Cosa non facile, soprattutto quando si tratta di social network.

Questa guerra è forse la prima ad essere raccontata così tanto sui social.  Nonostante il cessate il fuoco concordato il 13 novembre per consentire l’evacuazione di decine di migliaia di civili, le bombe hanno continuato a cadere e i cecchini a sparare.
Per le organizzazioni umanitarie attive nel paese , come le nostre (GVC, Terre des Hommes, Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, VIS), non è stato più possibile assistere la popolazione della parte est della città, la situazione alimentare e quella sanitaria hanno continuato a peggiorare. In tempo reale, grazie ai social, abbiamo assistito al freddo, alla fame e alla paura della gente di Aleppo. E mentre il cibo a disposizione diminuiva e sempre più persone rimanevano uccise (fino a non poterle più nemmeno contare perché raccogliere i cadaveri per strada è troppo pericoloso), abbiamo visto corpi di bambini feriti, intrappolati sotto le macerie, privi di vita e stretti tra le braccia dei genitori. Bambini sopravvissuti, senza più nemmeno la forza per piangere, che sembrano chiedere al mondo il perché di tanto orrore.

Ha fatto scalpore qualche giorno fa  la storia di Bana Alabed , una bambina di 7 anni che vive ad Aleppo e dal computer della madre ci aggiorna su quello che accade. In quello che avrebbe potuto essere il suo ultimo tweet ha scritto al mondo “questa è la mia ultima occasione per vivere o morire”. Bana ce l’ha fatta, è del 19 dicembre la notizia della sua liberazione. Ma che ne sarà di lei ora? La sua odissea è veramente finita o questo è solo l’inizio di un viaggio estenuante per giungere in un paese che non saprà accoglierla?

Di fronte a tutto questo non possiamo voltare la testa, come si sarebbe tentati di fare di fronte alla scritta “Warning: distressing themes”. Possiamo compiere almeno un piccolo gesto per aiutare chi soffre per questa assurda guerra e chi ne è fuggito.

I modi per farlo sono tanti, basta solo guardarsi intorno.  Sono migliaia i Siriani in arrivo nel nostro paese ed in molte città italiane vi sono punti di raccolta di beni di prima necessità o possibilità di fare volontariato di base. Si può partecipare all’Aleppo Day di oggi 22 dicembre, dedicando un video, una foto, un post su Facebook, un tweet, una frase agli amici, ai colleghi, in famiglia o una canzone ai bimbi di Aleppo e di tutta la Siria ed esponendo sui balconi una coperta come simbolo del calore umano e della protezione che oggi mancano ai bambini coinvolti nel conflitto.

Oppure si può fare una donazione alle poche ONG italiane ancora presenti in Siria:

GVC   OXFAM  SOS VILLAGGI DEI BAMBINI

TERRE DES HOMMES

Restiamo umani.

 

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